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Giovanni Iozzia
Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia. Dal 2012 dirigo EconomyUp, che ho fondato nel 2012. Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.

Nell'era dell'AI la valuta più preziosa è la fiducia
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Nell’era dell’AI, la valuta più preziosa è la fiducia
Quattro report. Dedicati all'intelligenza artificiale, alla mobilità elettrica e autonoma, ai servizi pubblici. Firmati da PwC Middle East, uno dei network di consulenza più autorevoli al mondo. Dentro, citazioni che rimandano a fonti inesistenti, attribuzioni sbagliate, dati che nessuno è mai riuscito a verificare. A scoprirlo è stato GPTZero, uno strumento pensato proprio per individuare contenuti generati dall'intelligenza artificiale. A renderlo pubblico, il Financial Times.
C'è un paradosso, in questa storia, che vale subito la pena mettere in evidenza: chi vende alle imprese e ai governi la propria competenza sull'intelligenza artificiale è stato tradito dall'intelligenza artificiale stessa. Non da un attacco esterno, non da un concorrente scorretto, ma da un uso disinvolto degli stessi strumenti che si andava predicando. E da un controllo che non ha retto.
Sarebbe comodo archiviare la vicenda come un incidente isolato, l'imbarazzo di un singolo ufficio di un grande network globale. Ma è più utile leggerla per quello che è davvero: un sintomo. Il sintomo di una fase in cui la capacità di produrre contenuti è cresciuta molto più velocemente della capacità di verificarli. E che pone una domanda enorme: di chi possiamo fidarci nell'era dell'intelligenza artificiale?
I numeri raccontano una tendenza che va oltre il singolo caso. Nel 2026 Edelman Trust Barometer indica la disinformazione come il secondo fattore di erosione della fiducia a livello globale, citato dal 50% degli intervistati, subito dopo l'inflazione; e per il 37% delle persone è la crescente diffusione dell'intelligenza artificiale generativa, di per sé, a minare la fiducia verso persone e istituzioni. In Italia la fiducia resta fragile: il 79% degli italiani dichiara di non fidarsi di chi esprime valori, opinioni o fonti d'informazione diverse dalle proprie. È in questo clima, già teso, che un errore come quello di PwC non resta un fatto tecnico: diventa un tassello che alimenta un sospetto già diffuso. E crea una nuova categoria: il deepfake involontario.
L’asimmetria fra produzione e verifica
Sono sempre di più le organizzazioni di ogni tipo, non solo le grandi società di consulenza, ma anche i singoli professionisti che hanno adottato l'intelligenza artificiale generativa per fare più in fretta quel che c’è da fare: report, analisi, presentazioni, comunicati, persino contratti. Il problema è che pochissime hanno aggiornato, alla stessa velocità, i processi che dovrebbero garantire che quanto viene prodotto sia corretto. Si è investito nella produzione, molto meno nella verifica. È un'asimmetria che si sta allargando, ed è quella che ha fatto inciampare PwC: non la tecnologia in sé, ma l'assenza di un controllo umano capace di intercettarne gli errori prima che diventino pubblici.
Anche qui, i dati aiutano a capire quanto il fenomeno sia strutturale e non aneddotico. Diverse analisi sui modelli linguistici più diffusi stimano tassi di "allucinazione" — informazioni inventate ma presentate con sicurezza — che vanno da poche unità percentuali fino a superare il 25% delle risposte a seconda del sistema usato, con errori fattuali rilevati in una parte consistente dei testi generati. E il punto debole non è solo la macchina: alcune ricerche sull'uso professionale dell'AI generativa segnalano che una larga maggioranza di chi la utilizza sul lavoro si fida dei risultati senza verificarli sistematicamente, e più di un professionista su due ammette di aver commesso almeno un errore dovuto proprio a un output dell'intelligenza artificiale non controllato. Non sono numeri da laboratorio: sono la fotografia di come, oggi, si lavora davvero.
È qui che si arriva al punto centrale, su cui tutti dovremmo interrogarci.
Fino a poco tempo fa, produrre un report solido, una ricerca approfondita, un'analisi ben argomentata era di per sé un segnale di competenza. Il contenuto era la barriera. Oggi quella barriera è quasi scomparsa: chiunque, in pochi secondi, può generare un testo dall'aspetto autorevole, con tanto di note e riferimenti. Il contenuto, da solo, non distingue più nessuno.
Quando un bene diventa abbondante, il suo valore si sposta altrove. Ed è esattamente quello che sta succedendo: il valore si sta spostando dalla quantità di contenuto prodotto alla garanzia che quel contenuto sia vero, verificato, riconducibile a qualcuno che se ne assume la responsabilità. In altre parole, si sta spostando sulla fiducia. È il concetto che Rachel Botsman, docente a Oxford ed esperta di fiducia, nel suo libro Who Can You Trust?, chiama "fiducia distribuita": non crediamo più solo alle istituzioni per definizione, ma valutiamo continuamente, caso per caso, se una fonte, un'azienda o un algoritmo meritano credito. È una fiducia più fragile, più esigente, e per questo più preziosa quando riesce a conquistarla chi la merita davvero.
Non è una questione di valori astratti. La Botsman, in un TED di oltre 10 anni fa, diceva: la fiducia è la moneta della nuova economia. È, quindi, una questione, molto concreta, di business nell’era dell’intelligenza artificiale: nel futuro prossimo, il vero vantaggio competitivo non sarà usare l'intelligenza artificiale in modo più aggressivo o più esteso, ma chi riuscirà a dimostrare, con processi verificabili, che ciò che produce è affidabile. Chi investirà sulla fiducia vincerà. Chi la tratterà come un dettaglio, o peggio come un costo da comprimere, rischierà danni sproporzionati rispetto a qualsiasi risparmio ottenuto.
Il caso PwC lo racconta bene: un marchio che vale miliardi, costruito in decenni su reputazione e rigore, incrinato da quattro documenti mal controllati. Il danno reputazionale di un errore di fiducia non è mai proporzionale al tempo o al denaro risparmiato producendolo in fretta.
C'è un filo che lega direttamente questa storia al modo in cui, da tempo, proviamo a intendere il mestiere di comunicare e informare. Il giornalismo e la comunicazione costruttiva non nascono per addolcire le notizie o evitare i conflitti: nascono per rimettere al centro la verifica, il confronto delle fonti, la responsabilità di chi scrive prima ancora della velocità con cui pubblica. Un comunicatore costruttivo, per definizione, non si accontenta della prima versione dei fatti: la incrocia, la confronta, la mette alla prova.
Questo principio, nato per il giornalismo, oggi riguarda chiunque produca contenuti con l'aiuto dell'intelligenza artificiale: consulenti, uffici stampa, aziende, professionisti. La responsabilità non si delega allo strumento. Se un modello genera una citazione inventata, la responsabilità di averla pubblicata resta di chi l'ha firmata, non del modello che l'ha suggerita. È lo stesso principio che Carl Bergstrom e Jevin West spiegano nel loro libro Calling Bullshit: la matematica, i dati e ora l'intelligenza artificiale possono vestire con grande autorevolezza affermazioni che di solido non hanno nulla, e l'unico antidoto resta lo scetticismo metodico di chi controlla prima di firmare. Comunicare in modo costruttivo, oggi, significa anche questo: usare l'AI per essere più efficienti, senza smettere di essere quelli che, alla fine, si prendono la responsabilità di ciò che è scritto.
La fiducia è una cosa seria che si dà alle cose serie, diceva lo slogan del Carosello di un’industria casearia negli anni Settanta del secolo scorso. Come si fa a restare seri nell’era dell’intelligenza artificiale generativa?
Non si tratta di rallentare l'adozione dell'intelligenza artificiale, né di rimpiangere un mondo che non tornerà. Si tratta di costruire, accanto alla capacità di produrre, una capacità altrettanto solida di verificare. In concreto significa alcune cose molto semplici da enunciare, meno semplici da fare sul serio.
Significa introdurre una doppia verifica umana su tutto ciò che viene generato con l'AI prima che diventi pubblico, soprattutto quando si tratta di dati, citazioni, fonti. Significa essere trasparenti su dove e come l'intelligenza artificiale è stata usata in un documento, invece di lasciarlo intendere solo quando qualcuno se ne accorge dall'esterno. Significa formare le persone non solo a usare questi strumenti, ma soprattutto a controllarne gli output, che è un mestiere diverso e altrettanto importante. E significa avere policy chiare, verificabili, non semplici dichiarazioni di intenti sull'"uso responsabile" dell'intelligenza artificiale, che tanto funzionano nelle slide e tanto poco pesano nella pratica quotidiana.
Il caso PwC dovrebbe essere letto come un monito, non come un incidente verificatosi nel Middle East. Se può capitare a chi vende competenza sull'intelligenza artificiale a governi e multinazionali, con tutte le risorse e i controlli che si presume abbia, può capitare a qualsiasi azienda, testata o professionista che oggi si affida agli stessi strumenti senza aver ripensato i propri processi di controllo.
La domanda che ogni organizzazione dovrebbe porsi non è più quanto velocemente riesce a produrre grazie all'intelligenza artificiale, ma quanto è in grado di garantire di ciò che produce. Nella prossima fase della trasformazione digitale, la fiducia non sarà più qualcosa da comunicare con una buona campagna di reputazione. Sarà qualcosa da dimostrare, ogni giorno, con fatti verificabili. Ed è proprio lì, su questo terreno apparentemente meno spettacolare della corsa all'AI, che si giocherà la vera partita competitiva dei prossimi anni.
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